Coronavirus. Il contagio dell’irriconoscenza che infetta la sanità privata: anche il Casilino ricorre agli ammortizzatori sociali.

Cgil Cisl Uil: “Paradosso inaccettabile, la Regione paga e gli operatori sanitari vanno in cassa integrazione”

Roma, 16 aprile 2020 – E’ un contagio dell’ingordigia e dell’irriconoscenza verso la categoria che più di tutti sta contribuendo alla battaglia contro l’epidemia: il personale di aziende ospedaliere e sanitarie. Un virus che rischia di infettare la sanità privata del Lazio, che in questa regione gestisce quasi la metà del sistema regionale. Tra i più importanti ospedali di Roma, il Policlinico Casilino ha varato il ricorso agli ammortizzatori sociali, mettendo in Fis (Fondo integrazione salariale) quegli stessi lavoratori che ovunque si invocano come angeli custodi della comunità. E questo nonostante la Regione Lazio continui a pagare al policlinico il 90% del budget previsto per le prestazioni in accreditamento, quelle cioè svolte per conto del Ssr. Prestazioni in parte sospese – come le visite specialistiche e ambulatoriali – per via delle misure di emergenza, ma che potrebbero essere facilmente riconvertite per rafforzare le attività di cura e assistenza. Soprattutto quando la pandemia continua ad infuriare.

La nuova denuncia arriva da Roberto Scali, Sergio Pero e Tommaso Guzzo, sanità privata Fp Cgil Roma Lazio, Cisl Fp Lazio e Uil Fpl Roma e Lazio. “Mentre dappertutto si cercano operatori sanitari e di assistenza, qui per fare soldi si decide di fare a meno di professionalità che sarebbero indispensabili in prima linea. Mentre le organizzazioni sindacali si stanno adoperando affinché l’erogazione delle risorse dell’accreditamento diventino definitive anche in emergenza, il dato reale è che molte grandi imprese della sanità romana stanno annunciando il ricorso agli ammortizzatori sociali. Così che i contribuenti pagheranno due volte e le aziende sanitarie incasseranno due volte, una con i contributi regionali e la seconda con il Fis a carico dell’Inps”, spiegano i rappresentanti sindacali.

“Nei servizi chiusi o sospesi, i cento dipendenti del Casilino interessati dal provvedimento che riduce il lavoro di 10.500 ore da qui a metà di giugno, in aggiunta ad un salario abbattuto del 20%, perderanno la maturazione delle ferie e l’erogazione degli assegni familiari, dopo essere stati costretti a consumare le ferie residue del 2019 e quelle maturate nei primi primi tre mesi del 2020”, proseguono Scali, Pero e Guzzo. “Non possiamo accettare un atto così ingrato e sprezzante della dignità dei lavoratori e dei bisogni di una comunità duramente colpita dalla pandemia”.

“Diciamo no a una sanità disumana, biecamente piegata, anche in questa situazione e anche oltre il consentito, a massimizzare il solo profitto”, attaccano ancora i sindacati. “Non solo il personale della sanità privata lavora da 13 anni senza rinnovo di contratto, non solo è impegnato con rischi enormi sulla linea del fronte dell’emergenza, ma ora si trova anche la beffa di essere danneggiato economicamente. Con un’azienda che peraltro vuol dividere i lavoratori tra quelli dei servizi chiusi e sospesi, in cassa integrazione, e gli altri addetti alle prestazioni del Ssr”.

“Come Cgil Cisl e Uil contrasteremo ogni tentativo di discriminazione. I dipendenti del Casiino sono tutti nella stessa pianta organica e devono essere tutti tutelati e riconosciuti anche per lo straordinario contributo umano e professionale che stanno offrendo nell’emergenza sanitaria”, concludono Scali, Pero e Guzzo. “La Regione Lazio intervenga subito per far annullare il provvedimento. O siamo pronti alla mobilitazione”.